La matita

Per legarmi i capelli uso in genere una matita, una penna o un pennello. Stef ha provato più volte ad addomesticarmi all’uso dei più convenzionali fermagli, regalandomene di forme, colori, valore, applicazioni possibili e materiali diversi. Ma non c’è niente da fare, torno sempre alle mie matite, penne (tipo bic per la precisione) e pennelli. Li trovo molto più funzionali, sia per l’aspetto dell’uso da acconciatura, sia per poterli usare nella versione originale, e cioè scrivere o disegnare o dipingere. Per esempio, ricordo bene di aver firmato il contratto di acquisto della nostra casa con la penna che avevo tra i capelli, non se ne trovavano altre che funzionassero. O, anche un pennello, può essere benissimo intinto nel vino rosso, nel caffè, nell’aceto balsamico o nella salsa di soia per dipingere sulle tovagliette di carta o sui piatti vuoti nei momenti di noia al bar o al ristorante. E la matita poi è il top, con la matita si può scrivere ovunque, non si secca, è ecologica, ed è un simbolo di libertà: Malala ha detto di sognare una matita magica per disegnare un mondo migliore, un mondo di pace. O, più concretamente, per disegnare una serratura sulla porta per non far entrare i suoi fratelli! O Iqbal, il bambino che ha lottato contro lo sfruttamento del lavoro minorile, ha detto che gli unici strumenti che un bambino dovrebbe avere in mano sono la penna e la matita.

Con queste premesse, quella mattina prima di andare al lago, ho scelto di intrecciarmi una matita tra i capelli. Il pennello scartato perché in mezzo all’acqua non ne vedevo i vantaggi, la penna scartata perché avevo timore che cadendo potesse affondare (non ho mai provato, ma credo di sì). Dopo una piacevolissima ma stancante escursione in canoa, ci siamo concessi (Stef, io e due figlie) un passaggio con un battello per arrivare ad un paese dall’altra parte del lago. Ero seduta sul pontile e pensavo alla mia matita che era rimasta tutto il tempo ben ferma in testa, che se con la canoa mi fossi fermata su uno scoglio per riprendermi dalla stanchezza e se non avessi avuto più le forze per ripartire, l’avrei potuta usare per infilzare una bella carpa di quelle che si vedevano nuotare pigramente in acqua, o avrei potuto scrivere un messaggio da chiudere nella bottiglia che avevo nello zaino per chiedere aiuto, o avrei potuto disegnare dei graffiti sulla roccia, per lasciare un pensiero ai posteri, o…nel bel mezzo dei miei pensieri la matita si è divincolata dall’ancoraggio dei capelli, è caduta nella fessura tra due assi del pontile ed è finita in acqua. Disastro! Ma come avevo predetto la matita galleggiava. C’era ancora la speranza di recuperarla. Ho guardato Stef e lui ha subito capito che doveva fare qualcosa, in realtà volevo solo compassione, non avrei mai accettato che si gettasse in quel punto del lago con l’acqua così torbida! Abbiamo osservato insieme il percorso della corrente, avrebbe trascinato la matita verso riva e lì l’avremmo presa con facilità. Intanto si è avvicinata un’anatra curiosa. Ecco, sono certa che la prenderà col becco e me la porterà, a volte non riesco proprio a staccarmi dai sogni. L’anatra ha osservato la matita come se si trattasse di un pesce modificato reduce da un disastro nucleare, ed ha pensato bene di tenersene alla larga. È andata via. La delusione per il sogno infranto mi ha fatto ricordare le qualità della matita che Coelho ben descrive ne La storia della matita: 1, devi guidarla tu (che rimanda al senso di trascendenza); 2 ogni tanto bisogna temperarla (il senso della sofferenza); 3 bisogna cancellare qualcosa di sbagliato (la giustizia); 4 non è importante il legno esterno, ma la grafite interna (l’interiorità); 5 lascia sempre un segno (la coscienza delle proprie azioni). E con tutte queste meravigliose e profonde riflessioni, come avrei potuto abbandonare una matita in un lago?

Intanto è arrivato il battello. Il cuore mi batteva forte. Che fine farà la mia matita? Madre Teresa diceva di sentirsi una matita nelle mani di Dio. Io mi sentivo quella matita, nelle mani di un destino che mi faceva paura. Il battello ha attraccato, e per miracolo la matita era proprio lì, quasi attaccata alla carena, bastava salire e sporgersi un po’ per prenderla. Una volta scesi tutti i passeggeri e arrivato il momento di salire la matita si era allontanata. Stef continuava a guardarmi, questa volta gli si leggeva finalmente compassione, non si sarebbe buttato dalla barca dando spettacolo! Il mio cuore continuava però a battere e a soffrire. Il cervello gli diceva, è solo una matita, ne hai tante altre, vale neanche un euro! Ma il cuore si sentiva ancora più incompreso e straziato. E come accade spesso nei momenti di disperazione, arriva il coraggio più improvviso. Quando eravamo finalmente tutti seduti e pronti per partire:

– Mi scusi, posso farle una richiesta inusuale?

– Ma certo, me ne fanno tutti i giorni!

– Si può avvicinare a quella matita per farmela raccogliere?

Il barcaiolo ha guardato in acqua:

– Ci provo, ma è in un punto dove l’acqua è un po’ bassa, rischio di rompere il motore.

Non riuscivo a dire che allora faceva niente, non valeva la pena rischiare un motore, non ci riuscivo.

Il battello ha fatto poche manovre, è andato un po’ indietro, e la matita gli si è accostata come un naufrago che ha trovato finalmente salvezza! L’uomo ha lasciato un attimo il timone e si è sporto per recuperarla.

– Ecco a lei!

– Grazie, lei è un eroe. – Non mi sembrava il momento di raccontargli tutta la storia che c’era dietro e così gli ho semplicemente detto che ne avevo bisogno per legarmi i capelli!

Lui ha prima accennato ad un sorriso, poi si è fatto serio e dubbioso, ed infine ha guardato Stef con lo stesso sguardo di compassione che prima mi era stato rivolto. Gli uomini!

Testa dura

Testa dura, era chiamato mulino “Testa dura”. Per far girare quella testa, per orientarla verso il vento del giorno, ci volevano almeno quattro braccia da mugnaio allenato. Aveva quasi duecento anni, era nato nel posto sbagliato, dove doveva stabilirsi la stazione dei treni, e per questo doveva morire e nascere di nuovo. È stato abbattuto e ricostruito mattone per mattone, trave per trave, pala per pala, e sembrava che tutto procedesse bene, ma alla fine quella testa rotante non si incastrava al collo. Continuava ad essere una testa dura. Ci è voluto un po’, aggiustamenti e adattamenti, per riportare la creatura alle sue funzioni originali. Ma proprio originali. Perché il suo mugnaio aveva sempre bisogno di altre due braccia per girare la maniglia degli ingranaggi, e una volta orientata la testa verso il vento, anche alle pale bisognava dare una spinta per partire, sembravano molto pigre. Eppure, il mugnaio lo amava, credeva in lui, e la farina macinata lì, seppur poca rispetto al rendimento degli altri mulini, era per il mugnaio la più pregiata del mondo. Non ne sprecava un granello. Il pane fatto con quella farina, portava il ricordo caldo della famiglia, dell’amicizia e dell’amore, tutte esperienze per le quali il mugnaio viveva ogni giorno.

Passarono ancora tanti anni, la farina era sempre poca, ma la migliore, il mugnaio guadagnava rughe e perdeva forze, ma non la speranza e la fiducia nel suo mulino “Testa dura”. Quando ormai per il mugnaio il futuro era molto più corto del passato, e servivano quattro nuove braccia a girare gli ingranaggi, arrivò finalmente il vento giusto. Nessuno ha mai capito da quale direzione arrivasse, le bandiere svolazzavano verso ogni punto. Non era tramontana, né grecale, né ponente, né libeccio, né scirocco..era un vento nuovo. Il mulino voltò la testa da sé, le pale iniziarono a girare da attirare l’attenzione del paese. I contadini vennero da lontano a macinare il loro grano e la farina era come sempre la più pregiata.

Il mugnaio rimase per giorni seduto a guardare la sua creatura, giorni e notti. Seduto a guardare. Il profumo del grano macinato lo saziava di gioia. Quando chiuse per sempre gli occhi al passato, fermò nella memoria l’immagine del suo mulino “Testa dura”, lo portò con sé nel cuore, e si abbandonò all’ignoto con gratitudine.

Il papà con la bavetta

Quel giorno la mamma aveva

davvero una gran fretta.

Il papà prese in braccio

e gli mise la bavetta,

poi con gran slancio

lo posò sul seggiolone.

Al bimbo mise in mano un cucchiaino

e gli fece dare al babbo il minestrone.

Sparì dalla cucina come un lampo

e tornò con in mano una cravatta:

“Eccola qui, tesoro, ci vediamo stasera”

e strinse il nodo al bimbo, che distratta!

A sera fatta tornò a casa,

cercò in cucina, in bagno e in cameretta,

ma i suoi amori dormivano sul divano,

il bimbo con la cravatta e il papà con la bavetta!

Transumanza in città

Pecore in città, a Parma, finalmente un segnale di civilizzazione! Da qualche tempo, proprio nel tratto di letto di fiume secco che passa vicino a casa dei miei amici Giuseppe e Agnese, un pastore pascola il suo gregge di pecore. Così, tra la gente che passeggia nel verde, alla vista di automobilisti increduli, il pastore e le sue pecorelle fanno la loro vita. Per me osservarli è come assistere al concerto del mio cantante preferito, mi ritrovo in una dimensione superiore. Quando studiavo all’università, avevo un amico pastore: durante l’anno accademico sembrava un ragazzo come tanti che studiava fisica; in estate, finita la sessione di esami, se ne tornava sulle montagne col suo gregge. E lì si riappropriava della straordinarietà. Mi diceva che mai avrebbe lasciato le sue pecore, neanche per il lavoro più bello e remunerato del mondo! Studiava perché gli piaceva, ma fare il pastore era un punto fisso imprescindibile. In questi giorni sono proprio sulle montagne abruzzesi del mio amico. Vedo spesso le pecore brucare serenamente sui prati del Parco Nazionale (anche se non ci sarebbe da star sereni neanche lì, gli arrosticini vanno a ruba in tutte le locande!), e penso a lui (non ricordo il suo nome) e ai tempi della transumanza, quando il bestiame si spostava al ritmo delle stagioni e poteva ammirare l’alternarsi dei panorami, dei climi, degli umori umani. Le pecore potevano viaggiare, scoprire posti nuovi e allo stesso tempo dare a quei posti un nuovo aspetto, col loro brucare. Quando ci si copriva con una coperta di lana, si poteva immaginare quanta strada avesse fatto quel materiale addosso al suo primo proprietario. Mia cognata Carla a Weert, in Olanda, ha chiesto e ottenuto che un gregge di pecore potesse attraversare il paese e brucare l’erba lungo il canale dove la macchina tagliaerba non riusciva a lavorare. Ha ottenuto un bellissimo prato all’inglese, delle pecorelle felici e cittadini in pace e armonia col creato. Mi piacerebbe che nei parchi cittadini, anche quelli piccoli, si potessero inserire animali da cortile: pecorelle, gallinelle, ochette, mucche. Le persone nel bisogno potrebbero sfruttarne il latte e le uova, il verde sarebbe in ordine, i bambini potrebbero sporcarsi con vera cacca di mucca e a qualcuno potrebbe venire la passione per la pastorizia. Potrebbero nascere pacchetti vacanza in transumanza con le pecore e fattorie didattiche accanto ad ogni scuola. Gli asini potrebbero andare finalmente a scuola con onore, per trascinare i carretti degli scuolabus e gli odori degli animali non sarebbero più così estranei e indesiderati. Sì, non amo gli animali in casa, di questo ne sono certa, ma in città sì. Pecore per tutti! Transumanza tra quartieri! Ognuno ha diritto ad essere pastore almeno qualche ora a settimana! E finchè non avremo le pecore, pascoliamo i bambini, i vicini, gli amici, i nemici. Si trova sempre qualcuno che ha voglia di essere accompagnato!

Cereali alle cipolle

Leggo con piacere che le cipolle non solo piacciono tantissimo anche ai sudcoreani, ma addirittura ne hanno fatto un simbolo di libertà. Sembra che nel 2004 la Kellogg’s avesse indetto un sondaggio per scegliere tra due prodotti nuovi da introdurre sul mercato: dei nuovi cereali al cioccolato o alla cipolla. In tantissimi hanno votato, e l’esito, contro ogni aspettativa, ha decretato la vittoria secca per il lacrimogeno. Avendo ritenuto che un tale risultato fosse solo una burla collettiva dei votanti, la Kellogg’s è andata avanti con i suoi cereali al cioccolato. Ma il popolo voleva le cipolle. Mi ricorda un po’ la storia dei poveri francesi che non avevano pane e fu detto di dar loro le brioche. Finì male. In questo caso non è una questione di fame, ma di democrazia, il popolo voleva le cipolle e non era disposta a barattarle per il cioccolato. D’altra parte il cioccolato, pur piacendo probabilmente al 90% della popolazione mondiale, è un alimento che dà assuefazione, dipendenza, e quindi, anche solo simbolicamente, per chi ha fame di libertà, non può competere con la selvatica, onesta, semplice, indipendente, forte e sana cipolla! A un popolo che ha vissuto anni di dittatura e chiede democraticamente le cipolle non si può dare la cioccolata! Ci sono voluti 16 anni di reclami perché i Sudcoreani riuscissero finalmente a vincere la loro battaglia. Kellogg’s ha messo sul mercato, ed esclusivamente per quel mercato, i cereali alle cipolle. Stanno andando a ruba, ma per ora sono in prova per tre mesi, è proprio difficile credere nella bontà e onestà dei desideri degli altri! È un fatto che secondo me ha a che fare anche con l’educazione: quanto ci fidiamo delle aspirazioni e dei sogni dei giovani? Quanto siamo pronti a perdere delle nostre convinzioni e tradizioni per far spazio a quello che ci sembra assurdo o distante? Siamo proprio certi che i cereali alle cipolle non possano essere apprezzati anche oltre la Corea del Sud? Io amo la cioccolata, ma le sensazioni di libertà e armonia che mi danno le cipolle non hanno eguali. Kellogg’s, se vuoi fare qualcosa di davvero rivoluzionario, abbi il coraggio di proporre i cereali alle cipolle a tutto il mondo! Ti offro spazio pubblicitario sul mio blog!

Ufficio postale

Ci sono posti che non si frequentano se non per doveri inevitabili. Uno di questi è l’ufficio postale. Nessuno dice: vado a farmi un bel giro all’ufficio postale o, finalmente oggi è il giorno dell’ufficio postale (se non per ritirare la pensione). È piuttosto un luogo di penitenza, ci si deve passare per raggiungere uno stato migliore, come per esempio liberarsi di parte del proprio capitale per pagare una tassa o una bolletta o una multa. Se ne esce alleggeriti. Ieri era uno di quei giorni di penitenza. Non dovevo pagare, ma finalizzare un’iscrizione, una cosa da niente, mostrare un documento, firmare e via. Niente lasciava presagire che le cose sarebbero andate diversamente. La fila fuori era di almeno venti persone ma, armata subito di biglietto numerato, ho confidato nell’efficienza della macchina statale e mi sono docilmente arresa alla virtù della pazienza. Subito un paio di nuovi arrivati mi hanno chiesto se io fossi l’ultima della fila e se ci fosse da prendere un numero. Ho risposto con cortesia e fermezza, come se fossi io la direttrice delle Poste Italiane, e avessi il dovere di mettere i clienti a proprio agio. Poi è arrivato un ragazzo straniero, che parlava l’italiano con i verbi all’infinito, e ha chiesto agli ultimi cosa fare.

– Prendere biglietto numero, signora gentile qui già dire noi. – Gli hanno risposto adottando la stessa grammatica.

Poi è arrivata una signora che conosceva il ragazzo straniero e gli ha chiesto come andava eccetera e il ragazzo sembrava felice di vedere un volto amico.

– Prendere numero – ha detto alla signora mostrando di aver imparato la regola.

Ancora dopo è arrivato un anziano in sedia a rotelle spinto da un giovane dai tratti orientali. La signora amica dello straniero ha detto all’orientale di prendere il numero, ma poi, pensando bene a quel poveretto sulla sedia a rotelle e al caldo afoso, si è guardata attorno, ha cercato l’attenzione di tutti e ha proposto di far passare avanti l’anziano.

Ma certo. Certo. Ovviamente. Ci mancherebbe. Ma prego vada pure. Tutti erano super disponibili e sorridevano all’anziano che avanzava con la sua sedia come su un trono approvato dai sudditi.

E poi, poi, poi, era il mio turno. Sono entrata in tutta calma, mi sentivo forte e fiera perché mi sembrava di essere circondata da amici. Allo sportello ho esposto il mio caso e una giovane donna gentilissima ha provato ad aiutarmi. Una roba da due minuti. Purtroppo però il suo computer è andato in blocco. “Le chiedo gentilmente di passare dal mio collega, l’aiuterà in un attimo”. Certo, che problema c’è, ovvio che andrà tutto bene, oggi sono la direttrice delle Poste! Dal collega prima di me c’era la signora che era arrivata dopo di me. Mi ha subito fatto un sguardo per scusarsi di farmi attendere, e io ho risposto con un sorriso, sbrigherò subito tutto, in fondo fin’ora è andato tutto liscio. Ed ecco di nuovo il mio turno. “Bene, provo subito ad inserire i dati signora, ecco fatto, ma no, non capisco, si blocca tutto il sistema.” “Ma doveva essere una cosa da niente, ho già fatto tutta la procedura più complicata da casa, qui dovreste solo finalizzare.” “Certo signora, ma qualcosa è andato storto, le consiglio di chiamare questo numero verde e poi tornare”. Mi sono voltata e già agli altri sportelli c’erano tutti quelli che erano arrivati dopo di me, tutti presi dai loro interlocutori gentili, ognuno con la propria pratica da sbrigare. Un velo di malinconia stava per coprire il mio sguardo, sembrava che fossi l’unica a tornare a casa senza risultati. Sono uscita e c’era una nuova fila, cioè una fila di volti nuovi. Il penultimo diceva all’ultimo di prendere il numero, con un sorriso. Ho pensato che l’indomani mi sarei ritrovata ancora lì, con un nuovo numero e con altre persone. E allora “sarò di nuovo la direttrice delle Poste Italiane!”, potrò di nuovo accogliere tutti quelli che vengono dopo di me e lasciar passare gli anziani e le donne incinte. Potrò chiedere come mai la mia pratica manda in blocco i computer e aiutare i tecnici informatici a cercare un sistema migliore. Potrò vedere tutti quelli che erano dietro di me in fila, sbrigare le loro pratiche serenamente, e io invece dovrò tornare ancora. Perché sono la direttrice. E la direttrice è sempre al servizio!

Sedie in plastica

Appena arrivati a Ndola in Zambia, un paio d’anni fa, la prima cosa che mi ha colpito è stato vedere le sedie di plastica bianca, quelle che, specialmente in estate, qui si vedono ovunque, dai giardini, ai bar, ristoranti, spiagge, terrazzi. Sono pratiche perché di facile manutenzione, in quanto all’aspetto estetico però, direi che il mondo meriterebbe di meglio. In Zambia anche ne ho viste tantissime: all’aeroporto, tra le case, tra le baracche, in mezzo al niente, sotto delle bellissime capanne in paglia, e anche all’interno degli ambienti, nelle case poverissime e in quelle solo povere. Quelle brutte sedie venivano probabilmente dall’Europa, in qualcuna ho riconosciuto il marchio, o dall’Asia. Tutto quello che era bello invece era prodotto localmente: lungo le strade ho visto spesso degli ambulanti che vendevano bellissime sedie in legno e paglia, letti, scaffali, tavolini e altri vari oggetti in legno, come utensili o suppellettili, cesti intrecciati con fili di paglia o metallo colorato, stoffe di cotone coloratissimo, gioielli con pietre locali e ancora mille cose prodotte artigianalmente, con paziente cura e col tempo giusto. Avrei comprato sicuramente tanta roba se avessi potuto metterla in valigia (Stef ringrazia ancora chi ha messo un limite ai bagagli sull’aereo!). Tornati a casa, dopo un paio di settimane, ho guardato il nostro tavolo in teak sul terrazzo con un’attenzione diversa. L’abbiamo comprato su un sito on line di prodotti etnici. Viene dall’Africa, anche se non ricordo esattamente da quale paese. È proprio bello, lo dicono tutti quelli che lo vedono. E ho ripensato a tutta quella plastica bianca che vendiamo o regaliamo all’Africa come prodotto d’avanguardia probabilmente. Che imbroglioni che siamo!

Il tavolino degli operai

Sembrava proprio un tavolino da bar sul marciapiede, però era l’unico, e non c’era un bar nelle vicinanze. Un bel tavolino pieghevole in legno, con due sedie e un ombrellone. Seduti, che mangiavano panini con gusto, due operai dei servizi del gas cittadino, e a fianco, per terra, strettamente osservata, la botola aperta.

– Che roba! Si sono portati addirittura il tavolo e l’ombrellone!

– Certo mamma, hanno fatto bene, hanno diritto anche loro ad un pranzo dignitoso seduti all’ombra!

Sono stata zittita senza possibilità di difesa. Ed hanno ragione N. e L. Perché no, perché non potremmo, già in questi primi giorni di vero caldo estivo, girare con un ombrellone, un tavolino e due sedie pieghevoli. Certo dovremmo attrezzarci con un carrello, ma potremmo fermarci quando stanchi, e magari offrire riposo e riparo ad un passante, fare conoscenza, condividere un pranzo al sacco e qualche battuta simpatica, e poi ripartire ognuno per la sua strada. Forse non avremmo più così paura degli estranei. Perché non saremmo più così estranei gli uni agli altri.

L’arrotino ombrellaio

Sono corsa sulla terrazza richiamata dal suono di un megafono. Un suono che diventava sempre più vicino, evidentemente accompagnato da una macchina.

– L’arrotino! affilo lame di coltelli, forbici, affettatrici e rimetto a nuovo i vostri ombrelli! L’arrotino ombrellaio, viene da voi, non dovete scomodarvi, affilo lame di coltelli…

Che commozione! Lì a pochi passi da me, c’era un uomo che aveva scelto un mestiere coraggioso. Nel 2020, quando costa meno comprare le cose nuove che farle riparare, l’arrotino ombrellaio ha scelto di sfidare l’economia, le multinazionali, le incomprensibili logiche di mercato, per portare avanti il suo mestiere ecologico, dignitoso per l’uomo e per la società, artigianale e per questo già sintesi di arte e tecnica, assolutamente necessario. Sarei scesa già solo per abbracciarlo e dirgli grazie di esistere, ma volevo dargli la soddisfazione di veder riconosciuto il suo lavoro. Ho cercato in cucina, ma i coltelli del ceppo hanno appena un anno, uno di quei regali poco romantici ma utili. Nel portaombrelli ho solo ombrelli Ikea nuovi, perché quelli rotti li ho buttati via. Che tristezza, non posso aiutare l’uomo più coraggioso del mondo nella sua impresa. Torno ad affacciarmi dal terrazzo, un paio di donne si sono avvicinate alla macchina dell’arrotino. Non vedo i dettagli, ma capisco che per fortuna c’è brava gente al mondo. C’è chi ha ancora qualcosa da far riparare, c’è chi crede che le cose rotte conservino ancora un potenziale prezioso. E c’è anche chi accetta che le cose rotte vadano bene così, senza bisogno di ripararle, e senza sostituirle, come una trasformazione naturale in qualcosa di misterioso che si svelerà col tempo. Sono scelte che non danno lavoro agli artigiani, non si notano nell’economia, ma lasciano un’immagine della vita nella sua interezza.

La giraffa e la formica

Ieri mi è capitato di leggere una vecchia intervista a Schweitzer, e a proposito del suo ospedale, diceva che non voleva che andasse in su, verso il cielo, ma che stesse giù, sulla terra. Allora mi sono ricordata di questo racconto che avevo scritto tempo fa.

C’era una giraffa dal collo lunghissimo, il più lungo del mondo. E c’era una formica piccolissima, la più piccola del mondo.

La giraffa era così alta, ma così alta, che la sua testa era sempre in cielo, oltre le nuvole, ed i suoi occhi vedevano solo uno spazio limpido e immenso, riempito qua e là dal passaggio di qualche angelo. La giraffa mangiava il cibo che gli angeli le procuravano: piante dolci e profumate, dai colori allegri, foglie succulente, piccole e grandi. Cresceva e viveva beatamente.

La formica invece, piccola piccola, con il corpo piccolo e le zampine ancora di più, ammirava il cielo come un tetto lontano, ma vedeva e toccava bene terra, quando era fortunata, altrimenti sterco, spazzatura, liquidi indecifrabili, piante maleodoranti o secche, animali incattiviti.

Un giorno di pioggia e fango, la formica rimase attaccata ad uno zoccolo della giraffa, che ovviamente non si era neanche accorta che piovesse perché la sua testa era oltre le nuvole. Quando tornò il sole, ed il fango si asciugò, la formica riuscì a muoversi, e provò a salire su quell’animale che non aveva mai visto e neanche immaginato potesse esistere. Fu una gran fatica, la formichina non era abituata a quelle altezze, ma la curiosità era tanta, troppa. Ci mise almeno tre giorni per arrivare in cima. Si riposò ogni tanto tra i peli caldi della giraffa, deliziandosi con le briciole di cibo degli angeli che davvero avevano un gusto molto diverso da quello a cui lei era abituata. Era la prima volta che faceva un cammino così lungo in verticale e voleva arrivare fino in cima. Salì sulla nuca e poi ancora uno sforzo fino a sopra la testa, ed infine su un corno. Che spettacolo!! la formica era senza parole!! i suoi occhi vedevano così lontano e ancora non c’era orizzonte, l’aria era tersa e c’erano tanti profumi e qua e là macchie di colore che erano i vestiti degli angeli. Che posto meraviglioso, pensò la formichina, non vorrei più tornare giù, qui si sta troppo bene. E, così, rapita dalla bellezza e dalla pace di quel posto, si distrasse e scivolò fino alla punta del naso della giraffa.

– E tu chi sei? – la giraffa si accorse a malapena di quell’esserino, forse solo per aver provato un po’ di solletico.

– Sono una piccola formica, scusa se ho approfittato di te per arrivare fin quassù, non volevo disturbarti, ero solo molto curiosa.

-Sei davvero molto piccola! Ti vedo a malapena! Ma non mi hai disturbato, anzi, resta pure se vuoi, qui c’è spazio per tutti.

– Mi piacerebbe molto, ma devo tornare giù perché le altre formiche mi aspettano. Ma vieni pure tu a trovarmi, da me non è così bello però ti presenterò altre formiche e ti offrirò le foglie migliori che troverò.

– Grazie, sei davvero molto gentile. Ma non posso proprio scendere da quassù. Vedi il mio collo è così lungo che se dovessi abbassarmi così tanto avrei un pericoloso sbalzo di pressione, e poi mi sbilancerei e rischierei di cadere in un gran botto! E non voglio rompermi le ossa. E grazie per le foglie, ma vedi bene anche tu che il cibo di qua su non ha eguali!

– Certo, hai ragione. Allora scusa il disturbo. Io torno giù, ho delle formiche che mi aspettano. Grazie per l’ospitalità!

La formichina tornò giù, lentamente e un po’ a malincuore. A terra c’erano ad aspettarla le operaie che non avevano digerito l’assenza della compagna. Così la formichina non ebbe neanche il tempo di raccontare quello che aveva visto che si ritrovò a trasportare briciole di sterco di elefante.

Qualche tempo dopo, quando ormai di quel viaggio in verticale la formica conservava solo ricordi sbiaditi, si sentì un gran botto accompagnato da un violento terremoto.

La formichina saltò in aria dal sussulto violento, e ricadde su qualcosa di morbido e umido. Era il naso della giraffa.

– Sei tu cara amica? Hai sentito che botto? Credo che stia per morire, le mie gambe e il mio collo non reggono più.

– Almeno posso farti vedere la mia parte di mondo e presentarti i miei amici.

Non finì di dirlo che migliaia di formiche si erano già radunate lungo tutto il collo dell’animale. E subito arrivarono anche rane, lucertole, lombrichi, topi, serpenti, lepri, zanzare, volpi e tanti altri animali che normalmente sarebbero anche prede e predatori fra loro, ma la giraffa aveva attirato la loro attenzione distraendoli.

La giraffa riusciva a tenere aperto un solo occhio, era proprio in fin di vita.

– E’ bello qui, hai tanti amici. Il profumo non è quello del cielo ma c’è un odore di vita.

– Non sono proprio tutti amici, alcuni vorrebbero mangiarmi, ma almeno so da chi devo difendermi!

– Cara formica, ringrazia tutti qui. Io me ne sto andando. Non ho mai dovuto difendermi da nessuno e nemmeno ho provato il calore di questa terra. Sono contento di aver conosciuto questa parte di mondo. Almeno c’è qualcuno che mi è vicino in questa ultima tappa.

Poi chiuse anche l’altro occhio e si addormentò per sempre.

Tutti gli animali insieme trascinarono l’enorme corpo sul prato verde e fiorito più vicino. Nessuno osò azzannarlo, era una creatura straniera e bisognava rispettarla.

E il giorno dopo non c’era più, forse gli angeli l’avevano portata via.