Idrossiclorochina e Idrolitina

Un’anziana signora, piccola, esile e un po’ curva, era visibilmente in difficoltà davanti ad uno scaffale del supermercato. Non riusciva a raggiungere qualcosa che era in alto.

– Posso aiutarla?

– Grazie, che gentile. Mi prende l’Idrolitina che l’hanno messa così in alto?

– Certo. Ecco a lei.

– E’ questa vero che funziona per prevenire il coronavirus? – lo sguardo innocente in cerca di conferma.

Io non capivo. L’Idrolitina per il coronavirus, ne ho sentite tante, ma questa le supera tutte in quanto a originalità e fantasia!

– Non credo signora. Chi gliel’ha detto?

– In televisione. La usa Trump.

A quel punto ho capito l’inghippo. Ma come spiegare che Idrossiclorochina e Idrolitina sono molto diverse? Ci ho provato, facendo appello anche ai miei studi di biologia molecolare, ma la somiglianza dei nomi per la simpatica signora era evidente segno di somiglianza di composizione e similarità di effetti.

Mi sono ricordata della tavola di mia nonna. Non mancava mai l’acqua con l’Idrolitina. Per lei dava non solo un gradevole gusto all’acqua, che altrimenti come per definizione sarebbe insapore, ma anche capacità curative mai ben chiarite, se non l’evidente aiuto alla digestione.

Nel mio ricordo, l’Idrolitina nell’acqua mi metteva il buon umore. E non è poco, mi pare.

Mia carissima, gentile e simpatica signora, ho forti dubbi sull’efficacia dell’Idrolitina per la prevenzione del coronavirus. Ma se già riuscisse a prevenire la tristezza e la rabbia, portando il buon umore, farebbe un gran bene!!!

La pianta infestante

Un po’ di anni fa, in un vaso del mio terrazzo, era nata una pianticella spontanea. In quel vaso Stef aveva sradicato un ciliegio che non aveva resistito alle condizioni metereologiche avverse. Che dolore un essere vivente che ci lascia!

La primavera successiva quella terra sola ma fertile, aveva accolto una nuova vita: non era però un limone, era evidente che fosse un essere nuovo. Ma da sconosciuto e diverso non ci ispirava fiducia e d’accordo con Stef, l’abbiamo estirpato. L’anno dopo stessa storia: piantina sconosciuta estirpata. Quello dopo ancora di nuovo. Il quarto anno però di fronte a tanta ostinazione ci siamo arresi: se è una pianta infestante lasciamoci pure infestare. La natura è tutta seminata dal vento e cresciuta dal sole e dalla pioggia, e cosa c’è di più bello?

Con questa osservazione emersa in pochi minuti di riflessione, abbiamo deciso, io e Stef, di dare una possibilità a quella piantina.

Ad ogni primavera abbiamo visto delle sporadiche foglie salutare il sole, e ad ogni inverno dei rami esili e spogli accettare il freddo. Non è stato mai un gran bel vedere! ma avevamo deciso di dare fiducia a quella vita e anche se con la sua chioma rada e il fusto magro non era un essere attraente, lo amavamo proprio per quello, per la sua unicità e per il mistero che eravamo certi portasse nella sua linfa.

Quest’anno, dopo cinque anni dal nostro atto di fede, la nostra pianta, diventata ormai un alberello, si è finalmente presentata: è un gelso!!!

E’ ancora esile ma stracolmo di frutti dolcissimi che offre con generosità!

Ogni mattina gli faccio visita: Buongiorno Gelso, ti voglio bene!

Mi mangio un bel pugno di more nere mature e ne porto qualcuna a Stef: – Non saranno velenose?

– Ancora non hai imparato a fidarti di lui?

Stiamo ancora tutti bene, tranquilli!

Rigor mortis

Qualche tempo fa ero al circo con la famiglia. Una piccola tenda da contenere solo un centinaio di persone. Eravamo tutti quindi così vicini al centro, che quasi non si distingueva l’area spettacolo dal pubblico, l’area finzione da quella della realtà. Sarà per questo, e per la mia innata propensione all’immedesimazione, che in un momento in particolare, mi sono sentita proprio lì, dentro lo spettacolo, nei panni di un clown. Questo clown fingeva di essere morto, e veniva trascinato preso per la testa e per i piedi, da altri due clown-giocolieri. Il clown morto, rimaneva, durante tutto il percorso, rigido proprio come un morto, fingeva il “rigor mortis”. Ed io, nei suoi panni, ripensavo ai miei “rigor mortis” in alcuni atteggiamenti quotidiani. Quando per esempio ho a che fare con qualcuno che non mi è molto simpatico, e magari non voglio perderci molto tempo: applico il “rigor mortis”. Mi estraneo dal mio corpo, per evitare la noia e il dolore di quell’incontro, nel dialogo annuisco senza ascoltare e parlo senza pensare. Sono viva, molto viva, ma fingo di non esserlo per evitare la pena, come se quell’incontro, quella relazione, potesse danneggiarmi o anche solo rischiare di ferirmi. A volte accenno anche ad un sorriso improvviso, teso e involontario, proprio come i morti. Me lo ricordo ancora quello di mia nonna, ero accanto a lei, prima che la bara venisse chiusa, quando è apparso quel riflesso sulla bocca. Mi hanno detto che in quel momento ha visto arrivare gli angeli. Quando succede a me invece, quel riflesso involontario della bocca, di certo non vedo gli angeli. Piuttosto è una bruttissima finzione che non rende onore e merito al sorriso vero, quello della gioia, del piacere, dell’allegria. E il “rigor mortis” lo applico anche quando non riesco ad essere assertiva: accetto l’idea dell’altro senza controbattere, senza sforzarmi di offrire una possibile alternativa che pure potrebbe aiutare a trovare una soluzione nuova. Con falsa umiltà lascio perdere le mie idee, facendo morire il mio pensiero, e vietando l’accesso alla mia identità. E con questo fingo di morire, ma è una morte inutile, una finzione che non fa neanche ridere come quella di un clown almeno fa. Più doloroso ma più fruttuoso invece è l’incontro da viva. Quando decido, a prescindere da chi ho di fronte, di mettermi in gioco, di essere viva e lucida e capace di dare, anche solo una risposta logica e coerente, anche solo un’idea semplice, anche solo un sorriso vero, per il solo motivo di dare onore a chi ho di fronte, quale essere umano degno di nota, e di costruire una soluzione nuova, inedita, allora davvero lo sforzo può far male, perché mi compromette, perché mi consuma. Mi fa morire. Ma mi fa morire di una morte che come una Fenice rinasce dalle proprie ceneri, e ancora più forte. Forte di quell’incontro, di quella sintesi di due esseri umani che hanno trovato il tempo di donarsi un po’ di sè, di arricchirsi della reciprocità, e si sono amati.

Qualche giorno dopo lo spettacolo circense, ho incontrato una di quelle persone che in genere liquiderei velocemente. Appena mi ha vista mi ha detto che ero così pallida, ma così pallida, come un morto. Ho parato il “complimento”con un sorriso vero, l’ho salutata con un abbraccio e le ho detto che ero molto felice di vederla, e di sentirmi più viva che mai!

Viaggi e Covid

Si avvicina l’estate e in tanti ci chiediamo quando e se si potrà ricominciare a viaggiare, dove e quando potremo organizzare le nostre vacanze. Anche a casa mia c’è una certa preoccupazione all’idea di restare tutta la bella stagione in una città calda, afosa, senza mare né montagna. Allora, mi metto a cercare sul vocabolario la parola “viaggio”: lo spostarsi per andare da un luogo ad un altro.

– Bene – dico alla mia famiglia riunita a tavola – quest’anno possiamo scegliere di andare dalla cucina al soggiorno, dal bagno alla camera o addirittura, ma lì c’è bisogno di una certificazione speciale, da casa al supermercato! –

Applausi a non finire, finalmente un po’ di luce sul nostro futuro.

D’altra parte, un viaggio si può fare anche da seduti, leggendo un bel libro, o guardando un film, o ascoltando musica: ci si può allontanare con la fantasia o l’immaginazione ancora più che non con tutte le possibilità fisiche ed economiche. Ieri ho viaggiato col drago Eliot sui boschi del Nord America; poi, leggendo, sono atterrata in Sicilia, a Palermo, dove ho fatto una degustazione di arancine e cannoli; con la musica mi sono ritrovata in un localino degli anni ’30 a ballare lo swing con un bellissimo vestito da sera in seta.

Poi sul tardi, sono uscita per una camminata, rigorosamente con la mascherina, ed ho incontrato una vicina. Siamo rimaste ad una distanza di più di un metro:

– Ciao, come stai? È proprio un pezzo che non ci vediamo!

– Eh, sì, e in questo pezzo la mia vita è stata stravolta. Il virus si è portato via mio marito. – Una lacrima scendeva a irrigare la pelle non più giovane.

Silenzio. Neanche un abbraccio era possibile. Neanche una stretta di mano.

Dire “mi dispiace” mi sembrava come regalare un oggetto che avevo in casa e che non mi piaceva, due parole troppo misere. Eppure erano le uniche che avevo.

La notte non riuscivo a dormire, tutti quei viaggi forse mi avevano stancata. Ma tra tutti, ne ero certa, il viaggio più esotico, nel senso di straniero, l’avevo fatto incontrando quella donna. Un viaggio dell’anima, l’uomo che esce dal proprio io ed incontra l’altro, un mondo, pur nel dolore, anzi forse ancora di più per quello, misteriosamente bello, necessario e imprescindibile. Sì, non c’è viaggio più misterioso, affascinante e faticoso che uscire da sé per incontrare l’altro.

L’armadio di Paoletta

Nel grande armadio magico di Paoletta,

ci sono maglie, mutande e una polpetta.

Ci sono gonne, sciarpe, calze puzzolone

e, a guardar bene, la criniera trovi di un leone.

La sera Paoletta apre gli sportelli

e decide chi essere tra i più monelli.

Oggi sono l’imperatrice, grida con una vociona,

e dal ripiano alto tira fuori una corona.

Comando a tutti di non lavarsi i denti,

grida minacciosa come un branco di serpenti.

E a chi usa il sapone, il pettine o il pigiama,

la punizione sarà più tagliente di una lama!

Poi arriva la mamma, con tutta calma,

chiude le ante, è l’ora della nanna.

Ma mani e denti prima fa lavare

ed il pigiama senza indugi fa indossare.

Paoletta allora la corona lascia a terra,

ma di certo non si arrende nella guerra.

Quando al buio le dà un bacio la sua mamma

la stanza si vuota e l’armadio torna una capanna.

Paoletta ci entra, con la torcia accesa

e l’ombra di un drago è già lì in attesa.

Un fuoco caldo dalla bocca sputa

e nel tepore la bimba in sonno crolla, muta.